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Lettera al Cardinal Ruini - Di Sergio Tanzarella

Lun, 09/12/2019 - 20:37 - manuela

LETTERA AL CARDINAL RUINI - DI SERGIO TANZARELLA (già deputato della Repubblica nella XII legislatura - gruppo progressista-federativo) 

Signor cardinale Camillo Ruini,
ho letto la sua intervista al Corriere della Sera. Alcune sue affermazioni meritano una pubblica risposta in nome della verità. Lei afferma che «il “cattolicesimo democratico”, in concreto il cattolicesimo politico di sinistra, in Italia abbia sempre meno rilevanza». È vero, ma non si chiede perché?
Dopo che, dal 18 aprile del 1948 l’unità politica dei cattolici ci è stata presentata quasi come un dogma, per i circa vent’anni della sua presidenza siamo stati emarginati e perseguitati con ogni mezzo. Anche il solo ricordare i princìpi costituzionali dello “Stato sociale” significava essere condannati nella Chiesa italiana come sovversivi. Erano gli anni in cui i suoi interlocutori si chiamavano Bossi e Pivetti, Casini e Formigoni, Fini e Berlusconi. La vera crisi del cattolicesimo italiano è nata allora, accompagnata dal riconoscimento e dall’onore offerto alla categoria degli atei devoti, dai Ferrara ai Pera, quel presidente del Senato che denunciava il pericolo del meticciato. Mentre ci si trastullava dietro la sigla dei “valori non negoziabili”, nelle retrovie della Chiesa italiana si dissolveva il senso della solidarietà, dell’accoglienza, della giustizia sociale, dell’umanità.
Altrimenti come sarebbe oggi possibile ritrovare tanti cattolici, e aimè non pochi preti, che affermano senza vergogna “prima gli italiani” e “chiudiamo i porti” approvando le parole e le azioni di Salvini?
Riconoscendosi anche in quelle più blasfeme dell’agitare rosari e Vangelo che lei a cuor leggero giustifica come «affermazione della fede nello spazio pubblico».
Signor cardinale, questo proprio non posso accettarlo. Lei non può ignorare che per un cristiano impegnato in politica lo spazio pubblico si occupa non con il crocifisso di legno o con i rosari ma con politiche che si fanno carico dei crocifissi di carne, quegli stessi che Salvini e i suoi seguaci, e purtroppo non solo loro (veda Minniti), hanno fatto annegare nel Mediterraneo o permettono che vengano reclusi nei lager libici. La ragione dell’impegno primo e ultimo del cristiano è occuparsi dell’ingiustizia sistemica che da sempre domina il mondo e cercare i modi più utili e nonviolenti per disinnescare un sistema che stritola gli esseri umani, soprattutto quelli privi di garanzie e protezioni. Altri motivi per occuparsi di politica non ve ne sono. Signor cardinale, se la solidarietà è per la legge italiana un reato (veda i decreti sicurezza vigenti) e se l’esercizio dell’odio è diventato la precondizione della fede di molti, è chiedere troppo che ci si interroghi sul come sia stato possibile giungere a tanto sfacelo? È legittimo chiedersi se il progetto culturale, le Settimane politiche dei cattolici, i piani pastorali, le celebrazioni costantiniane, il regime dei privilegi, hanno portato a tutto questo. Certo, non nelle intenzioni (spero oneste e buone), ma nei fatti occorre valutarne il fallimento. Forse occorreva dare ascolto alle voci libere che lei ridicolizzava e reprimeva: i vescovi Bello, Bettazzi, Nogaro e i non pochi autentici preti ispiratisi al Vangelo e tanti cristiani coraggiosi ed emarginati, mentre al contrario si dava spazio a figure genuflesse e pavide, carrieristi incapaci e disinteressati ad incidere nella società e nella Chiesa e si affermava il clericalismo dilagante che abbiamo di fronte, anche con le ben note cordate episcopali legate ai movimenti.
Ma lei era troppo impegnato ad esaltare le guerre italiane mascherate da “missioni di pace”, a celebrare i funerali dei soldati italiani che lei definiva martiri (mentre migliaia di soldati si sono ammalati e sono morti a seguito dell’uranio impoverito), a sperimentare nuovi collateralismi di destra e alleanze con i vincitori, a perseguire il primato della diplomazia sulle esigenze della parresia del Vangelo, a negare i funerali religiosi al povero Piergiorgio Welby che non chiedeva né eutanasia né suicidio ma solo che venisse sospeso quell’accanimento attraverso macchine che gli imponevano una respirazione artificiale in una condizione estrema che nessuno ha il diritto di giudicare.