Ricordo di Raimon Panikkar - di Achille Rossi - luglio 2018

Lun, 02/07/2018 - 23:06 - manuela

Ho accompagnato Panikkar in molti luoghi e ho respirato la sua spiritualità e il calore della sua amicizia, ma il viaggio da Perugia a Roma attraversando tutta l’Umbria mi è impresso ancora nell’anima come un tesoro prezioso da custodire.

Rallentando l’andatura dell’auto mi invitò a ripetere il Cantico delle Creature nella frase: Et homo è digno te mentovare: «Dio non si può dire niente. È il Mistero affidato al silenzio».

Ma il gesto più significativo è avvenuto a Spoleto, quando ci siamo fermati in una trattoria. Senza dire niente ha preso un pane, l’ha spezzato e me ne ha dato la metà. Era il gesto dell’Eucaristia che rinsaldava la nostra amicizia.

Quando sostammo a Todi, guardando quella splendida piazza, esclamò: «Questo è Dio!». Aggiungendo di non essere panteista, perché il panteismo ha un’idea molto limitata del Divino.

Vale la pena sottolineare che il mistero di Cristo è il mistero stesso dell’uomo. È la profondità interiore di tutti noi, l’abisso dove l’infinito e il finito, il materiale e lo spirituale, il cosmico e il Divino si incontrano. In altre parole è l’uomo divinizzato.

Altrettanto importante per Panikkar è la possibilità di superare il mentale: vedere tutte le cose in Dio e Dio in tutte le cose, come dicono i mistici.

E Panikkar insiste nella capacità di adoperare non solo quello fisico o quello della mente ma quello della fede.

 

La vita di Panikkar è stata un’autentica avventura spirituale e intellettuale che gli ha permesso di conciliare la tradizione cattolica della madre con quella induista del padre, rimanendo fedele ad entrambe. Chi si avventura in questo discorso, scrive Panikkar, accetta di relativizzare le proprie credenze e inizia a credere in ciò che l’altro crede. È un dialogo intrareligioso che si svolge nell’intimo di ogni persona perché la vera intimità non ci isola, perché dentro quel Sé dimora la vita, il dialogo, l’amore.

Sono partito come cristiano, mi sono trovato indù e ritorno come buddhista, senza aver cessato di essere cristiano. Descriveva così il percorso della sua vita.

Il continuo tentativo di Panikkar è stato quello di trasformare le tensioni distruttive in polarità creatrici, superando quella ragione armata rivolta al potere e al controllo, tipica della nostra modernità.

Il disarmo della cultura è stato uno dei cavalli di battaglia di Panikkar. Quella occidentale è una cultura violenta ed è necessario disarmarla con un atteggiamento che richiede nonviolenza e pace. La vittoria non porta mai alla pace, solo la riconciliazione può farlo.

Riconciliare significa chiamare di nuovo gli esclusi.

  • Panikkar invita ad abbandonare il sogno di una costruzione unitaria che mette insieme tutte le culture, una grande torre che si innalza verso il cielo. È un’idea colonialista che serve a unificare i popoli sotto un unico mercato. L’esperienza umana è più polimorfa.

 

Il lavoro intellettuale di Panikkar ruotava intorno al superamento della rigidità del monismo e della distruttività del dualismo. Come conciliare l’unità con la diversità? Il pluralismo riposa nella convinzione che l’unità abbracci le posizioni in conflitto, anche se nessuna può approvare o capire l’altra. «A Babele confuse i sogni dell’uomo su una visione monolitica e totalitaria della realtà». Panikkar parla di una sintesi aperta e invoca una posizione a-dualistica, evitando il conflitto dialettico e instaurando una tensione dialogica. Concentrarsi nell’ascolto del nemico, non nella sua distruzione, sopportare la violenza senza esserne spezzati.

  • È necessaria una trasformazione eroica per la civiltà occidentale, per permettere all’altro di pronunciare la sua parola. Il dialogo dialogale è molto esigente e chiede il superamento dell’egoismo e del fanatismo. Occorre superare i confini della propria tradizione per farsi educare dagli altri, guardandosi negli occhi. La cultura occidentale predominante ha il peso di un elefante: quando una formica tira un elefante, l’elefante non va verso la formica, ma la formica verso l’elefante.
  • Panikkar ricorda che non c’è bisogno di essere universali. Potremmo rimanere nelle nostre capanne, cupole, costruzioni che potrebbero diventare vie di comunicazione e vie di comunione. La pace è un dono, la si riceve ed è sempre un processo. Educare alla pace significa resistere, pensare e non calcolare, sentire e non imparare a memoria, coltivare l’esperienza e non l’esperimento. Un altro insieme di valori.

Panikkar è stato un autentico maestro spirituale capace di ispirare le persone più diverse. Ho accompagnato a Tavertet tre ragazze che volevano conoscerlo. Ha raccolto tutte le sue energie per stare in conversazione e rispondere alle loro domande. «Quello che volevo e tutto quello che ho fatto nella vita è essere. Ho cercato soprattutto di coltivare il silenzio». Al momento del commiato, in un silenzio carico di attesa, ha detto: «Siate voi stesse». Poi ha soggiunto: «Perseverate nella ricerca di Dio». Un autentico programma e la sintesi di tutta la sua vita.

Panikkar si è spento nel pomeriggio del 26 agosto del 2010.«Si sono aperti per lui occhi migliori per vedere la vita immensa».