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Un debito che dovremo pagare - Ernesto Balducci - novembre 2020

Ven, 20/11/2020 - 19:23 - manuela

Ernesto Balducci

Un debito che dovremo pagare

 

Questa sì che è un’alluvione! Le acque fangose che nell’alluvione del ‘66 ruppero gli argini del fiume e inondarono anche gli spazi sacri della città (la Porta del Paradiso sbatacchiava come l’uscio di una misera capanna) dettero per un momento l’impressione che anche i monumenti in cui si è incarnato per sempre il genio dell’uomo dovessero essere inghiottiti dall’abisso e invece la città insorse con mirabile compattezza e con inesauribile fervore, e riconquistò sé stessa, la propria concordia e il proprio volto fisico modellato dalle Grazie.

    Questa del 1990 è un’alluvione morale che sembra non lasciare scampo. Le acque oscure vengono da lontano, dai continenti della fame dove si vanno facendo più gravi le contraddizioni di un sistema politico ed economico mondiale di cui noi godiamo l’iniquo vantaggio. Fino ad oggi siamo riusciti a tenerle al di fuori del raggio visivo, ma ormai esse si propagano, lacerando dall’interno le strutture della società del benessere.

    Ogni volta che rifletto sulle cifre fornite dagli esperti, secondo le quali il 20% degli abitanti del pianeta consumano l’80% delle risorse a disposizione dell’umanità, è come se sentissi un remoto rumore di valanga. L’umanità è un corpo vivo, ed è un corpo unico. Essa provvede da sé, con la forza del suo slancio vitale, a ristabilire gli equilibri, così come avviene nel corpo fisico della terra attraverso gli sconquassi sismici. In termini conformi al linguaggio giuridico, si potrebbe dire che il diritto naturale tende per forza sua a sgretolare gli ordinamenti positivi con cui i popoli del privilegio credono di legittimare sé stessi.

    Che cosa avviene a Firenze, come d’altronde in tante altre città d’Europa? Avviene il conflitto tra diritto naturale e diritto positivo, e questa volta ai livelli radicali in cui la storia ricostruisce inesorabilmente le proprie forme. Può uno Stato provvedere a sé stesso senza controllare coloro che entrano e vivono nel proprio spazio? No, non può. Si può pretendere da uomini e donne spinti dall’esigenza primordiale della sopravvivenza che rientrino nelle norme di controllo dello Stato in cui cercano scampo? No, non si può. Ecco le contraddizioni da cui pare impossibile uscire. Per uscirne infatti si dovrebbe rimettere in questione l’intero sistema politico internazionale. Ed è questa l’unica meta che dà dignità alla politica. C’è un diritto cosmopolitico, che ormai si è fatto norma di coscienza dopo la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e in nome di quel diritto incancellabile anche le leggi più ragionevoli, come quella Martelli (sulla regolamentazione dei flussi migratori, n.d.r.) sono toccate da una qualche ombra di illegittimità. Io mi sento, e con me molti altri, un cittadino del mondo e solo in seconda istanza un cittadino italiano.

    Per questo io chiedo che le mie leggi non arrivino mai a mettere in forse questo vincolo cosmopolitico con ricorso alle forze di polizia. Una città, prima ancora che uno Stato, deve esperire ogni altro modo per risolvere una questione che è, per definizione, la questione epocale: quella della convivenza tra le etnie.

    Non dovrebbe sfuggire il rumore della valanga che si sta approssimando! Anche sul piano del più crudo realismo è facile capire che non ci è possibile liberarci degli ospiti indesiderati trasportandoli in furgoni blindati, non si sa dove, come se fossero scorie radioattive.

    Quando per risolvere il più complesso dei problemi politici si fa ricorso alla polizia si dà il segno della cecità totale. Nella spazzatura umana di cui si vorrebbe ripulire la città ferve la coscienza di un diritto, che non è soltanto, come quello ricordato, il diritto scritto nelle pagine della natura umana, è un diritto scritto nelle pagine della storia.

    Quegli uomini sanno di essere qui con un conto da presentare. I benpensanti li chiamano ladri, ma i ‘ladri’ sanno che la nostra prosperità è il frutto di ladrocinio internazionale. Diceva Hegel che quando il servo arriva a capire che senza di lui il padrone non è più il padrone, allora per il padrone è cominciata l’ora della fine. Forse, sotto la sferza della nostra legge, gli ospiti di colore se ne andranno. 

    Ma se ne andranno per portare altrove documenti utilissimi alla collera di domani.