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14 Aprile 2019 – DOMENICA DELLE PALME – Anno C

14 Aprile 2019 – DOMENICA DELLE PALME – Anno C

 

La croce è, innanzitutto, la memoria – semmai ci scappasse di mente –della inevitabilità della catastrofe della morte. La fede cristiana non scavalca la morte, non la circonda con favole, ma vi si precipita, l’assume come misura di tutte le cose. L’ora delle tenebre continua, la portiamo in noi, respira nelle nostre cellule, prepara le sue trame. Mettersi nel buio di quest’ora è per noi stare nella verità.

 

PRIMA LETTURA: Is 50, 4-7- SALMO: 125- SECONDA LETTURA: Fil 3,8-14- VANGELO: Lc 22,14 -23.56

 

La fede cristiana non ha come suo oggetto una dottrina, né un mondo immaginario collocato oltre lo spazio e il tempo, ma ha come suo contenuto l’evento di cui abbiamo ascoltato la narrazione, nel quale essa ripone il significato di tutta la storia dell’umanità. È questa dunque la particolarità della nostra fede: essa si innesta in un fatto che, per quanto abbia dato luogo a spiegazioni e dottrine, rimane in se stesso impenetrabile e misterioso. Esso è un fatto in cui, anche guardandolo senza la particolare illuminazione della fede, vengono ad intrecciarsi mirabilmente gli aspetti più essenziali della nostra esperienza umana, privata e pubblica. Intanto, esso è un fatto politico; quella morte non è una morte qualsiasi, è una morte preparata secondo le leggi, preparata dai poteri terreni – sia quelli sacri che quelli profani – e voluta anche dalla folla che ad un certo punto, integrata nella ideologia dei potenti, si associa alla trama dei nemici di Gesù e dice: «Crocifiggilo». È una morte voluta dalla società intera in cui Gesù era passato annunciando il regno. Da qui il carattere di catastrofe che ha questo fatto. L’uomo che spira sul monte del Cranio aveva sollevato entusiasmo nei poveri, aveva promesso il possesso della terra ai miti, aveva dato adempimento alle speranze inestinguibili che si erano trascinate lungo i secoli nascoste e represse. Quest’uomo, in cui i discepoli avevano creduto appassionatamente, viene eliminato. Il terremoto è come la traduzione cosmica dell’evento: è veramente la catastrofe delle speranze umane. Gli spiriti più attenti, che non sono stati in grado di cogliere in questo evento nessun annuncio di salvezza, hanno sempre addotto la croce come il segno che per gli uomini giusti in questo mondo non c’è posto, che la giustizia di un uomo lo rende escluso o condannato. È una verità che con il passare dei secoli non si è per niente appannata. Noi sappiamo che è così. Solo attraverso compromessi, più o meno dignitosi, ci è possibile immaginare un giusto che sopravvive e se ci mattiamo nella categoria dobbiamo riconoscere che sicuramente se non siamo esclusi è perché qualche peccato c’è, o in noi o nel mondo a cui apparteniamo. Siamo sorretti dalle complicità che ci precedono, che ci sovrastano ed il cui peso ricade sulle vittime dell’ingiustizia, della persecuzione, della repressione politica, della fame, che sono sempre presenti in questo mondo. La passione che abbiamo ascoltato continua in proiezione cosmica. Quando rileggo e medito questo evento sono preso da un’impressione forte, che potrei tradurre con le stesse parole che Gesù disse prima di essere condotto via dall’orto del Getsemani: «Questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre». L’imperio delle tenebre ha il suo acme nel momento in cui Egli spira, in cui il crimine è stato compiuto. Dal punto di vista dei valori, dal punto di vista di una prospettiva positiva della storia umana quello è il punto zero, perché ciò che è avvenuto avviene per tutti i secoli dei secoli. La croce è, innanzitutto, la memoria – semmai ci scappasse di mente –della inevitabilità della catastrofe della morte. La fede cristiana non scavalca la morte, non la circonda con favole, ma vi si precipita, l’assume come misura di tutte le cose. L’ora delle tenebre continua, la portiamo in noi, respira nelle nostre cellule, prepara le sue trame. Mettersi nel buio di quest’ora è per noi stare nella verità. Ma questo evento non riguarda soltanto il nostro destino individuale chiuso dentro la parabola inevitabile degli anni, riguarda l’intera storia dell’umanità che ha la sua ora delle tenebre in cui tutto è azzerato: tutto ciò che fu gloria e grandezza è nulla. Un aspetto singolarissimo di questo racconto – che non vi sarà fuggito – è come, veduto dalla parte del condannato, la storia degli uomini – quella di Pilato, con l’impero che ha dietro, di Caifa con l’epopea di salvezza del popolo giudaico, di Erode il furbo potente che giudica Gesù Cristo come un pazzo e come tale lo rimanda a Pilato – è segnata da una terribile ironia sulle espressioni istituzionali. Mi vengono in mente le parole di un imperatore romano: «Fabula acta est» (la commedia è finita). Le trame di Caifa, Pilato, Erode e di ciò che è dietro di loro sono una commedia. Il potere che Gesù descrive ai suoi discepoli in maniera così precisa quando li esorta a non comportarsi come i potenti di questo mondo appare veramente come una smisurata commedia. C’è, nel potere, la menzogna, la falsità la presunzione degli uomini di poter decidere del destino degli altri, il gusto satanico del comando e finalmente il trionfo attraverso il rispetto delle regole della legge che danno la presunzione di compiere un crimine con innocenza. Tutto questo appare come una tragica commedia. L’occhio della croce rimane in noi quando osserviamo la storia di cui siamo partecipi. Questi potenti che fanno follie (che non sembrano tali perché anche noi siamo omologati alla follia), che sperperano capitali per le loro grandezze, che preparano guerre impossibili, dissanguando per questo i popoli, a questo sguardo essenziale, che azzera la storia rivelano una loro intima comica tragicità. Momento grande della sapienza della croce. Di fronte a questo sguardo non resiste nulla: né il Vaticano, né la Casa Bianca, né il Cremino perché tutto è commedia. A meno che – e qui comincia il linguaggio della fede – questa vanità che finalmente si discopre senza appelli possibili – perché il nulla non ha confini – si capovolga del tutto . È questa la fede cristiana: la morte si capovolge in vita…

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – volume 3 – anno C