17 Febbraio 2019–VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO- Anno C

17 Febbraio 2019–VI DOMENICA TEMPO ORDINARIO- Anno C                                                                                                            

 

Noi che non siamo poveri, che non siamo nemmeno miti, che non siamo nemmeno dei perseguitati, dovremmo dire queste parole con spirito di penitenza tenendoci in guardia dal farne un uso di malizia.

 

PRIMA LETTURA:  Ger 17,5-8- SALMO: 1- SECONDA LETTURA: 1Cor 15,12.16-20- VANGELO: Lc 6,17.20-26

 

Quando mi avvenne o mi avviene – immagino sia così anche per voi – di leggere e soprattutto ascoltare la serie delle Beatitudini (e delle maledizioni!) è come se un’onda di verità emergesse dal nostro profondo, come se fossimo investiti da una verità che conosciamo ma non sappiamo riconoscere, che è in noi – vorrei ripetere la frase di Gandhi – « più antica delle montagne», più antica della cultura, più antica della politica e della filosofia. È Una Verità che non possiamo trascrivere nel nostro linguaggio in modo adeguato perché il nostro linguaggio è costruito su una cultura, su una visione delle cose in cui non è vero che i poveri sono beati, in cui non è affatto vero che i ricchi hanno dei guai. Ci troviamo, così, a dover dire, con parole inadatte, una verità che invece è profondamente adatta a darci una consolazione anch’essa difficilmente esprimibile. È facile che dalle cattedre dove si diffonde la cultura codificata di cui viviamo tutti i giorni ci venga fatta l’obiezione che a dire «beati i poveri, beati i miti» si rischi di giustificare il mondo dell’ingiustizia. È una grande obiezione, ma è un’obiezione che rimane ad un livello inadeguato perché la beatitudine enunciata da Gesù non vuole essere affatto una esortazione a stare tranquilli, a lasciar correre che tanto questo mondo è cattivo e se ne va. Non è una benedizione lanciata ai poveri, come purtroppo per secoli è avvenuto, dagli uomini della sicurezza che per tener tranquille le moltitudini hanno, ricordando questa beatitudine, distribuito oppio a piene mani. Chi fa così è il peggiore dei peccatori. Noi che non siamo poveri, che non siamo nemmeno miti, che non siamo nemmeno dei perseguitati, dovremmo dire queste parole con spirito di penitenza tenendoci in guardia dal farne un uso di malizia. Ecco perché vorrei suggerirvi una fra le forme di approccio a questa verità antica come le montagne. Essa mi viene messa sulle labbra dal versetto che avete ascoltato: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo». È un versetto col quale – per così dire – ho una specie di conto personale. C’è tutta una pedagogia in cui più o meno siamo cresciuti, che ha fatto leva su questa sfiducia nell’uomo. Una sfiducia nell’uomo diventata criterio di vita e di sapienza. È sembrato tanto più sapiente un uomo quanto meno si è fidato degli altri. Anche nella famiglia c’è questa pedagogia spicciola: «non ti fidar di nessuno, soprattutto degli amici». L’essenza dell’educazione era la diffidenza. Una diffidenza che trovava argomenti e fondamenti ad abbondanza. Gli uomini non sono tutti peccatori? E l’uomo non è nel peccato originale? Questa diffidenza aveva una conclusione, non sempre detta, ma molto ovvia: non c’era che da affidarsi a coloro che per istituzione avevano diritto a curarsi delle nostre anime. È nato così un certo «occhio cattolico» che esprime diffidenza e la semina, che uccide nel cuore quel germe meraviglioso che è la fiducia La fiducia nell’uomo non è una fiducia purché sia, come ora diremo. Del resto il versetto della Scrittura sopra citata dice per intero: «maledetto l’uomo che confida nell’uomo che pone nella sua carne il suo sostegno». Io tradurrei così, ora: «non vi fidate degli uomini ricchi, non vi fidate degli uomini colti, non vi fidate degli uomini che hanno potere perché hanno il potere: non vi fidate mai». Questo sì, che è vero: la nostra esperienza combacia perfettamente con quello che dice la Scrittura. Basta avere un po’ vissuto per sapere come la fiducia negli uomini del potere venga tradita. […] Quando Gesù chiama «beati» i poveri non dice parole di pura consolazione per gli afflitti ma vuole rivelare che i poveri hanno nelle loro mani quel tesoro unico che è la speranza. Sono i poveri di Dio – come si dicono nella Bibbia – cioè gli uomini che non hanno altra ricchezza che la mano di Dio sulla loro testa. È dalla loro parte che abita la verità suo mondo. Se io volessi saper qualcosa sullo stato del mondo in quest’anno e mi fosse concesso, come alternativa, di poter passare un’ora in una tribù del sud Sahara dove si muore di fame continuamente. o passare un’ora di colloquio alla Casa Bianca, dove apprenderei di più sullo stato del mondo? Tra gli affamati o nella casa del potere? Lo dico con sicurezza: fra gli affamati, quelli che hanno fame hanno la verità del mondo nella carne, nelle viscere; la loro è una cognizione elementare, direi per metabolismo…

 

Ernesto Balducci – da “Il Vangelo della pace” – vol. 3 – anno C