17 Settembre 2017 – 24^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO- Anno A

17 Settembre 2017 – 24^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO- Anno A

 

 Siccome siamo proprio all'inizio dell'anno scolastico bisognerebbe fare un solenne giuramento: di insegnare ai piccoli a non aver fiducia nella forza ma a guardare la storia, quella che si insegna sui banchi di scuola, con un occhio critico e avere una profonda simpatia per le vittime innocenti e un severo giudizio per tutti i Napoleoni.

 

PRIMA LETTURA: Sir 27, 30 - 28, 9- SALMO: 102- SECONDA LETTURA:  Rm 14, 7-9- VANGELO:  Mt 18, 21-35

 

Eccoci dinanzi ad una di quelle pagine che mettono alla prova la nostra capacità di superare le maniere sbrigative, superficiali e strumentali di intendere e di vivere il Vangelo. il discorso sul perdono ci introduce al fondo di una dura contraddizione, la quale non si risolve fuggendola ma attraversandola, e lasciandosene misurare. Da una parte c'è il principio evangelico del perdono, del mantenere il cuore libero da ogni ira, da ogni collera, da ogni risentimento. Non c'è parola evangelica più evidente e più ineludibile di questa, dato che essa, più che un precetto è il riflesso immediato della vita di colui che il cristiano si impegna ad imitare, di Gesù che visse perseguitato, senza mai rancore per i suoi persecutori, che dalla croce gettò uno sguardo sui crocifissori ed ebbe per loro parole di perdono davanti al Padre: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Non possiamo sottrarci alla legge del perdono. Tuttavia c'è un'altra legge su cui più spesso insistiamo ed è la legge della giustizia e di una giustizia che deve realizzarsi nel tempo perché essa è il volto temporale del regno di Dio inesprimibile. Noi non sappiamo cosa è il Regno di Dio ma che esso sia giustizia è sicuro E per ciò non possiamo in un atteggiamento di perdono universale di fronte alle ingiustizie che non solo ci colpiscono, ma colpiscono gli altri, i più deboli. Ci sono delle collere che sono secondo Dio. Se noi esortiamo i deboli e gli oppressi a perdonare gli oppressori noi rischiamo di perpetuare uno stato di ingiustizia che grida contro Dio. Come possiamo conciliare questi due principi evidenti ma tra loro in contraddizione? Il discorso mi serve anche per introdurci, da un particolare lato, in quella che ormai siamo soliti chiamare cultura della pace e che ha valore non solo per chi si confronta con il Vangelo con fede, ma per ogni uomo di buona volontà. Noi usciamo dalla cultura di guerra, quella che aguzza gli artigli e installa i missili, quella che ci porta a ritenere che la nostra forza ci rende sicuri, mentre nella cultura della pace è vero l'opposto: la forza rende deboli. Colui che si affida al pugno, alla minaccia, all'arma è un forte ma è così debole che può bastare un nulla per farlo crollare. La lezione ineluttabile della storia, è che dobbiamo divezzarci, fin da piccoli dall’aver fiducia nella forza. Siccome siamo proprio all'inizio dell'anno scolastico bisognerebbe fare un solenne giuramento: di insegnare ai piccoli a non aver fiducia nella forza ma a guardare la storia, quella che si insegna sui banchi di scuola, con un occhio critico e avere una profonda simpatia per le vittime innocenti e un severo giudizio per tutti i Napoleoni. È evidente che se vogliamo un mondo pacifico dobbiamo cominciare da qui, dal mutare i criteri del giudizio che si sono solidificati, che ormai stanno nel nostro cervello come le costellazioni stanno nel cielo. Dobbiamo cancellare le costellazioni della violenza! [...] Noi dobbiamo lottare contro chi vuole la guerra, contro chi mette le armi, contro chi sfrutta l'uomo. Questo non significa odiare. Chi fa lo sfruttatore accende una lotta oggettiva, non necessariamente soggettiva. Non di rado egli è buono con lo sfruttato, è paterno. Ma la loffa è nelle cose: egli campa con il profitto del lavoro altrui. Ecco dove si accende una frattura. E allora il perdono che significa? Significa perpetuare lo sfruttamento? No! Significa eliminarlo eliminandone le cause. Ecco un aspetto positivo della coscienza moderna con cui la coscienza religiosa non ha saputo fare i suoi conti. Si è impaurita, ha esecrato questa crescita rivoluzionaria demonizzandola. Ma è venuto il tempo in cui la menzogna si è aperta sotto i nostri occhi. È un discorso delicato, lo capisco, perché ce ne mancano spesso i termini. In fondo la lingua l'hanno inventata i padroni. Per esprime la nobile dignità di chi cerca la parità, ricorriamo un po' alla poesia, che è sempre il linguaggio sublime dei disperati. Potrei anche proseguire. Ci sono aspetti psicologici che noi dobbiamo coltivare per liberare il cuore da questa aggressività che prorompe da tutti i lati e che ha raggiunto ormai i limiti di guardia della storia umana. C'è un precetto straordinario, che viene incontro ad una conquista non dell'analisi sociale ma dell'analisi psichica dell'uomo di oggi, ed è quella che dice: «Ricordati della tua fine e smetti di odiare». Una radice di fondo dell'aggressività epidermica è che noi viviamo una vita - fateci caso - in cui abbiamo rimosso la morte, che non si vede più, non c'è. Chi vede mai i morti? Chi vede mai un funerale? Chi è messo di fronte alla morte come un evento che lo riguarda? C'è una rimozione che è l'aspetto più apparentemente entusiasmante della civiltà moderna vitale, seria, senza più angosce medioevali. Abbiamo eliminato i residui osceni della morte e abbiamo dato spazio a tutte le altre oscenità. Ma l'oscenità della morte l'abbiamo cancellata. Anche in questo c’è un principio che condivido, cioè che la scelta morale cristiana è per la vita e non per la morte. Però questo dovrebbe avvenire in una condizione di riconciliazione personale con i propri limiti umani. Dobbiamo avere pietà di noi stessi, dobbiamo imparare ad avere pietà avendola anche per noi....

 

Ernesto Balducci - da "il Vangelo della pace " vol. 1 - anno A