20 Gennaio 2019 – II DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

20 Gennaio 2019 – II DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C                                                                                             

 

Oggi scopriamo che un capitolo intero dell'au­tentica morale è stato dimenticato: i rapporti con la natura non entravano affatto nei vecchi libri di mo­rale. Era scontato che l'uomo, più la doma, più la sfrutta, meglio è. Ora ci troviamo ai limiti del possi­bile.

 

PRIMA LETTURA Is 62,1-5- SALMO- 95- SECONDA LETTURA- 1Cor 12,4-11- VANGELO - Gv 2,1 -12

 

L'esistenza è stata talmente collocata dentro logica della competizione, che la gratuità, il semp­lice esistere - come un fiore, un uccello dell'aria – sembrano sciocchezze. Oggi vediamo intorno a noi gente che non è decisa ad accettare un'idea della vita basata sulla competizione, e noi abbiamo cate­gorie morali per bollarla. Si dice: «c'è disaffezione al lavoro, c'è assenteismo». Ma non potrebbe esserci sotto, la ribellione per un'esistenza in cui si vale se si è funzionali? In cui si vale se si produce? Lo so; c'è il monito severo: chi non lavora non mangia. Ma noi abbiamo davvero la possibilità di affermare che il senso dell'esistenza è il lavoro, è la creazione produttiva? Sono interrogativi che poi vediamo tradotti in scelte diverse attorno a noi: c'è una stanch­ezza all'interno della piramide che abbiamo co­struito, che è senza dubbio patologica in certe mani­stazioni, ma è come una cifra che noi dobbiamo leggere per scoprire se, per caso, non dovremmo creare una forma di convivenza, in cui l'uomo vale per quel che è, non per quel che fa; in cui 1'essere insieme non è una cooperativa di produzione, ma è semplicemente un convivio. Ci sono problemi seri, ai lati, ma merita riflettere sempre di più su questa tristezza che soprattutto le nuove reclute della società ­manifestano. Io la leggo come una messa in crisi del nostro mondo , basato sulla competizione. C’è un’altra possibilità, dicevamo, nell’uomo, che è anch'essa naturale, ed è di essere amico dell'uomo. Non potremmo creare una società basata su questo principio? Lo so: non si cancella la storia. Però può assumere come criterio conoscitivo e operativo preponderante questo altro versante umano e provare ad allargare gli spazi del vivere gratuito, semplicemente nella gioia della reciproca comunicazione, reciproco godimento dei beni della natura. Questa, per esempio, è una linea di fondo in cui io sento e l'antropologia (se la posso chiamar così, e in qualche modo lo posso) implicita nel vangelo, è una proiezione illuminante al massimo. Solo che - lo ripeto - non possiamo assumere questa prospettiva come consolazione ai margini; dobbiamo assumerla come prospettiva costruttiva dell' esistenza. In secondo luogo sentiamo che il nostro rapporto fra la ragione e gli istinti, così come si è storicamente consolidato, è drammatico: è stato anche qui teorizzato che non si dà civiltà senza repressione, e che passaggio dall'eros alla realtà si ha attraverso una multinazionale di esigenze istintive. Si paga, la ci viltà: e infatti, i paesi più «civili», sono i più repressi. Ma è questa la strada unica? E proprio questa la legge assoluta? O non c'è da ritornare al fondo della nostra istintività, per scoprire un più largo ventaglio di possibilità espressive dell'uomo? Ha a che fare, quello che sto dicendo, col Regno Dio? A mio giudizio sì. Il Regno di Dio non è un regno sopra a questo: è il senso al fondo del seso del mondo. In una sapienza di tipo evangelico c’è dunque il bisogno di rimettere in questione le norme morali. Quali sono le leggi morali? Chi le ha stabilite? Dove sono scritte? Non è forse vero che noi assumiamo come leggi morali semplicemente le norme empiriche nate all'interno di una società determinata? Non è giusto rimetterle in questione, per entrare nel permissivismo regressivo e disumano, per superarle in una più piena umanità? È possibile. C'è qualcosa che non torna, nella letizia del Vange­lo, che mette in questione le leggi dei farisei e degli scribi - che chiamano Gesù mangione e bevone - perché nemmeno nei suoi comportamenti asseconda­va le regole stabilite.Terzo momento: Quando la Scrittura parla della ter­ra è come se vedessimo i riflessi della Terra promes­sa. Oggi scopriamo che un capitolo intero dell'au­tentica morale è stato dimenticato: i rapporti con la natura non entravano affatto nei vecchi libri di mo­rale. Era scontato che l'uomo, più la doma, più la sfrutta, meglio è. Ora ci troviamo ai limiti del possi­bile. Un rapporto diverso con la natura evidente­mente ha motivi umanistici, ma ha anche un motivo di fondo che, per il credente, dovrebbe apparire im­mediato. Abbiamo fatto tante liriche sulla creazione, su il laudato si' mi' Signore! Abbiamo cantato la fraternità e abbiamo esercitato l'inimicizia. Ci vuole un nuovo rapporto anche con la natura.  Riassumo il discorso: se è vero che il più inclusivo di tutti i simboli è il convivio, allora possiamo dire che il passaggio dalla società in cui siamo, alla socie­tà nuova di cui abbiamo bisogno, è il passaggio dalla società di competizione alla società conviviale. O compiamo questo passaggio, che è una necessità in­terna al processo storico, o ci distruggiamo, secondo l'alternativa del Deuteronomio: «Ti ho messo - di­ce Dio all'uomo - davanti la morte e la vita: come sceglierai, così sarà».

 

Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol 3

 

 

 

 

 

 

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