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29 Aprile 2018 – 5^ DOMENICA DI PASQUA – Anno B

29 Aprile 2018 – 5^ DOMENICA DI PASQUA – Anno B

 

Datemi cinque egoisti che cercano Dio, anche se ci battono il naso non lo conoscono perché vorrebbero un Dio patente, un capogruppo, un capo mafia assoluto. Dio invece è così inerme, come il vagito di un bambino in culla, che non ha significato.

 

PRIMA LETTURA: At 9, 26-31- SALMO:21- SECONDA LETTURA: 1 Gv 3, 18-24- VANGELO: Gv 15,1-8-

 

 …Non ci vuole molto a capire che cosa è il peccato del mondo, al di fuori dei protocolli di identificazione che praticamente sono tutti scaduti. Abbiamo imparato da piccini quali sono i peccati, ma il peccato del mondo è questa umanità incredibilmente divisa non solo nei fatti ma nel giudizio che ciascuno di noi dà degli uomini. È una umanità fatta di segregazioni che si intrecciano. Non sappiamo sognare altra pace che quella armata. Se parliamo di unità del mondo pensiamo subito ad una unità di dominio. Anche ieri il Presidente degli Stati Uniti esortava le sette grandi nazioni del mondo dicendo: «Dobbiamo governare il mondo. Abbiamo i quattrini, dobbiamo farlo». Non c’è bisogno di andar lontano. Cosa vuol dire allora rimanere nell’amore? Significa assecondare questo amore del Padre che è più grande del nostro e che abita ovunque. Non siamo noi a portare Dio, Dio ci aspetta perché tutta la creazione sta dentro. Da qui nasce l’esigenza di far crescere l’umanità come un solo organismo, come una vite, come un corpo, come un ovile. Le immagini, per la verità, sono tutte imperfette però ci dicono che noi non siamo nell’amore fino a quando non siamo tutti inseriti in questo progetto del Signore, che è un progetto universale. Questo amore produce allora un rapporto di comunione con tutte le creature. Non di dominio ma di comunione perché la diversità è enorme.L’unità dovuta semplicemente alla comunanza di idee a volte sopprime gli individui, produce uno scatto interno per cui un individuo rinuncia totalmente a sé e pensa come il gruppo pensa. Così facendo nasce il gruppo che è come una forza distruttiva del mondo. La comunione invece è l’unione attraverso il riconoscimento l’uno dell’altro, per cui la diversità non solo è tollerata dentro il gruppo, è rispettata, è esaltata come un momento dell’efflorescenza universale di questo amore nascosto. allora il rapporto con le creature si dilata e noi abbiamo la gioia nel vivere in questo paradiso terrestre. Dico così collocandomi all’orizzonte dell’utopia, perché questo non è un paradiso terrestre, questo è il paradiso terrestre dopo il peccato, cioè all’interno di quell’occhio dominatore che sotto l’albero ci portò a sognare di essere come Dio, come un Dio potente e non un Dio amore perché il Dio amore non è il Dio del potere. Anche questa, come ho detto tante volte, è una verità delicatissima perché noi non riusciamo a parlar di Dio se non secondo le categorie del potere e sbagliamo. Gli diamo un volto che è mostruoso come il nostro. Egli è amore e quindi… non c’è nemmeno. Datemi cinque egoisti che cercano Dio, anche se ci battono il naso non lo conoscono perché vorrebbero un Dio patente, un capogruppo, un capo mafia assoluto. Dio invece è così inerme, come il vagito di un bambino in culla, che non ha significato. Questo è un discorso collaterale però è fondamentale per entrare in questa grande verità, che oggi è necessaria perché dobbiamo finalmente rompere le chiusure, dipanare le comunioni, allargarle fino ai confini della terra, perché l’umanità non vivrà se non farà così. Ora lo sappiamo perché l’umanità secondo il dominio è una unità che sta uccidendoci. È giunta l’ora in cui dobbiamo riprendere queste verità espresse con parole antiche, con immagini desuete. Ci sono bambini che non hanno mai visto una vite, non hanno mai visto un ovile. Il linguaggio evangelico è dentro un immaginario di cultura agricola, pastorale. Noi dobbiamo collocarlo nel nostro mondo. Mi pare che gli inviti che ci vengono dalle cose, pressantemente, sono innumerevoli. Dobbiamo convertirci, altrimenti saremo tagliati come tralci secchi. Mi pare che l’ora sia vicina perché il Padre pota – anche se nel mio linguaggio non vuol dire che condanna al fuoco eterno – taglia, recide, elimina, toglie prerogative. Uno crede di parlare di Dio, in realtà non parla che di se stesso, è un narcisista dissimulato. E ci sono creature silenziose, che nessuno conosce, che invece trasmettono la linfa di questo organismo che cresce. Dobbiamo avere questo sguardo sul mondo, altrimenti la tristezza primordiale – di cui dicevo all’inizio verrà in noi come notte.

  
Ernesto Balducci – da “Gli ultimi tempi” vol. 2^ anno B (1987)