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4 Febbraio 2018 – 5^ DOMENICA TEMPO ODINARIO- Anno B

4 Febbraio 2018 – 5^ DOMENICA TEMPO ODINARIO- Anno B

 

C'è una possibilità nell'uomo che sorpassa davvero ogni ragione, quella di far propria la condizione degli altri, dimenticare se stesso per assumere in sé il destino dell'altro. In quel momento la macchina si spezza, non funziona più: abbiamo fermato la macchina nefasta del male.

 

PRIMA LETTURA:  Gb 7, 1-4. 6-7- SALMO: 146- SECONDA LETTURA:  1 Cor 9, 16-19.22-23- VANGELO:  Mc 1, 29-39

 

Vorrei collocare - non so se riuscirò a chiarire il mio pensiero - la riflessione a tre livelli. C'è un livello superficiale nel comprendere l'esistenza ed è quello in cui noi crediamo di essere davvero liberi e artefici di tutto. È una superficialità che si fa forte dell'ignoranza della concatenazione causale. I nostri pensieri liberi non sono liberi. Le nostre decisioni apparentemente libere in realtà risentono perfino della classe sociale a cui apparteniamo. Non è vero che noi siamo capaci di un atto totalmente libero. E così entriamo, dopo la superficie della sapienza frivola di questo umanesimo da strapazzo, in una saggezza più profonda che vede l'agire dell'uomo inquadrato nel grande meccanismo della necessità, comunque spiegato: teologicamente, scientificamente... C'è un terzo livello - quello di cui sto parlando - in cui la macchina si spezza. Il Dio dell'alleanza non è affatto un Dio che ha stabilito le cose, non è il Dio dei filosofi o perfino il Dio dei mistici che spesso non sono altro che dei metafisici ricchi di immaginazione, ma il Dio di Gesù Cristo. Dio è il Padre che vuole che si spezzino le catene. Le catene possono essere spezzate e l'uomo è chiamato a farlo: ecco l'annuncio del Vangelo. Bisogna andare in giro a diffonderlo. Niente è fatale. Se noi vogliamo, possiamo afferrare la macchina che ci stringe, nel suo fulcro, nella sua molla. La molla di questa macchina è l'egoismo, è l'amore dell'uomo verso se stesso portato al limite. È possibile spezzarla, purché noi ci decidiamo a vivere secondo un'altra legge. Qui cade opportuno il discorso di Paolo, il quale, pur essendo libero si fa schiavo, si fa servo e si fa debole con i deboli. C'è una possibilità nell'uomo che sorpassa davvero ogni ragione, quella di far propria la condizione degli altri, dimenticare se stesso per assumere in sé il destino dell'altro. In quel momento la macchina si spezza, non funziona più: abbiamo fermato la macchina nefasta del male. Essa riprende il suo moto perché non manca mai di combustibile. Ma noi abbiamo la pretesa di cambiare. È questa la speranza evangelica. Al di là delle nostre vicende umane noi contiamo su questo Dio impossibile, improponibile che è amore e che è impotente in quanto non usa gli stessi metodi che noi usiamo all'interno della sapienza di questo mondo. Ho avuto modo di dire più volte che anche l'idea di un Dio onnipotente è un'idea equivoca in quanto rassomiglia molto a ciò che conosciamo dentro la macchina delle onnipotenze. Nel Dio onnipotente noi proiettiamo la nostra volontà di potenza. Se si chiama amore non può tutto, non può nulla di ciò che non è amore. L'amore ha delle sue leggi che sono leggi essenziali. Ad esempio l'amore non costringe mai. Nella Bibbia c'è piuttosto il Dio onnipotente che schiaccia gli uomini, ma tra le sue pagine passa sempre, come un'onda crescente che nel Cristo diventa trionfale, l'idea di un Dio che, essendo amore, rispetta la libertà degli uomini e vuole dall'uomo non il consenso dello schiavo sul cui collo poggia il suo tallone, ma l'entusiasmo del bambino che corre sulle ginocchia materne. È la risposta d'amore quella che vale. La realtà secondo i modelli del potere noi possiamo produrla quanto vogliamo. Infatti tutto ciò che la macchina produce respira la sapienza del potere. Ma non ci sono macchine che producono un attimo di amore, nemmeno un attimo, perché l'amore è di un'altra qualità. E questo il dramma in cui siamo: da una parte la storia va avanti - lasciate che sfrutti l'immagine - perché la macchina del mondo è sua, perché la macchina del mondo è mossa secondo l'istinto di cui parlavo. La debolezza del Vangelo, la sua follia, consiste nel ritener possibile vivere in altro modo, e non solo in privato, ma come umanità. Se questo è vero, non se ne può però trarre tutti i vantaggi quasi gratuitamente: occorre tirarne le conseguenze a cominciar da noi, perché il fulcro della grande macchina del mondo è il cuore di ciascuno di noi. Gesù viene ritrovato dai suoi nella solitudine dove si era ritirato dopo il gran successo. I suoi gli dicono: vieni, tutti ti cercano! Come dire: è l'ora buona, c'è un entusiasmo enorme per te! E lui non va Perché? È la macchina che lo insidia. Coloro che vanno dove le grandi folle aspettano, mosse da un'ansia messianica, diventano poi prigionieri della macchina . Possono anche andare in nome di Dio e di Cristo, ma sono dentro la grande macchina. Hanno tutto quello che vogliono, ma non hanno tutto ciò che il Vangelo prospetta. Se vanno, pagano un tributo al Dio della macchina, con tutte le conseguenze e a tutti i livelli. I loro successi non valgono il sorriso di un povero vero: non del povero che anche lui, dentro la macchina, aspetta l'uomo potente che venga a dire parole vacue che non producono nulla, ma del povero vero che è una cosa straordinaria, appartiene al regno di Dio. In questo brano evangelico Gesù è dall'altra parte. Chi obbedisce all'amore va sempre altrove e cioè non là dove tutto è stato preparato dall'opportuno ufficio di propaganda, dalle diplomazie che, come nei viaggi del Papa, verniciano persino le casupole dei poveri e rinnovano la segnaletica per la circostanza. Dov'è Gesù? È altrove! Non dove vi dicono che c'è. Li non c'è, è andato altrove. È qui tutto il suo mistero.

 

Ernesto Balducci - Il Vangelo della pace" vol. 2° - anno B