9 Dicembre 2018 – SECONDA DOMENICA di avvento Anno C

9 Dicembre 2018 – SECONDA DOMENICA di avvento Anno C                                                                                                  

 

Dobbiamo muoverci verso una terra nuova ed un nuovo cielo e muoverci vuol dire mettere in atto tutte le possibilità per far partorire la terra: la verità nascerà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Dobbiamo sentirci coinvolti in un processo genetico in cui la verità ci attrae – quella del Dio tenero come un pastore con gli agnelli, quello di Gesù che perdona il peccatore, che mangia insieme ai peccatori che non affida mai la redenzione dell'uomo alla durezza – sia una prospettiva verso cui siamo incamminati. 

 

PRIMA LETTURA: Bar 5,1-9- SALMO: 125- SECONDA LETTURA: Fil 1,4-6,8-11- VANGELO:  Lc 3,1-6

 

Nel rileggere queste pagine della Scrittura, su cui ogni anno ci avviene di meditare, sono rimasto particolarmente colpito dalla presenza, in ognuna di esse, di immagini contraddittorie tra di loro. Nella prima lettura Isaia ci parla del Signore Dio che viene con potenza. Egli detiene il dominio, i suoi trofei lo precedono. È un Dio potente, un Dio di guerra con i suoi trofei. Subito dopo come un pastore Egli fa pascolare il gregge, porta gli agnellini sul petto. Ecco una immagine di un Dio amoroso, tenero, senza segni di potenza. Questa immagine contraddittoria, come abbiamo tante volte detto, appartiene alla nostra maniera di rappresentarci Dio: ora onnipotente e irremovibile, con un inferno accanto a sé per tutti i cattivi, ora tenero, pronto a perdonare tutti come il padre col figliol prodigo. Così Pietro nella sua profezia ci parla, secondo un linguaggio apocalittico, di una terra che dovrà essere distrutta: «La terra con quanto c'è in essa sarà distrutta». Ma subito dopo ci dice che noi aspettiamo «cieli e terra nuova» dove dimora la giustizia. Questa contraddizione trova una sua rappresentazione umana nel brano con cui ha inizio il Vangelo di Marco nel quale campeggia Giovanni Battista vestito di peli di cammello con una cintura di pelle attorno ai fianchi. Un asceta che si ciba soltanto di locuste e di miele selvatico. Ma egli diceva che «sta per venire uno che non battezzerà in acqua ma in Spirito Santo» e del quale egli non è degno di sciogliere i calzari. Colui che sta per venire, il Messia non rassomiglia al Dio onnipotente, con il braccio segno di potenza e con i trofei dinanzi a sé, è un re che entrerà nella città cavalcando un asinello, con mitezza e respingerà ogni ricorso alla forza. È proprio la manifestazione di quel volto nascosto di Dio che ogni tanto ci avviene di scoprire con commozione interna: il Dio che è solo amore e non conosce la vittoria attraverso il potere.. Questo regno che nasce è un regno in cui davvero la giustizia e la pace si baciano. In questo regno si entra per battesimo di Spirito Santo. Ho voluto ricostruire schematicamente queste contraddizioni perché esse gettano una luce in una nostra esperienza umana dalla quale non possiamo uscire ed è una esperienza di una dura contraddizione: la contraddizione, per usare una formula classica, tra la pace e la giustizia che per realizzarsi ha bisogno della forza. L'amore per la giustizia arma la mano, costruisce i carceri per i criminali. Quella della giustizia è una passione terribile e necessaria, però è funesta perché sparge sangue. Per aver la giustizia non si può accettare la pace e se poi vogliamo la pace dobbiamo disarmare le mani, tollerare l'ingiustizia. Per amore della pace si fanno tante cose, si sopportano le ingiustizie. Questi due frammenti della verità totale - la giustizia e la pace - non stanno mai insieme. Anche nelle provocazioni morali che riceviamo dalla nostra responsabilità pubblica siamo sempre di fronte a questo conflitto.(...] Ho tracciato queste contraddizioni senza nessuna presunzione di dire qual è la via giusta, anzi per ribadire il concetto che non c'è una via giusta se non ci adattiamo a collocare queste due mezze verità – le chiamerò così – non in un rapporto di statica contraddizione ma in un rapporto di successione. Dobbiamo muoverci verso una terra nuova ed un nuovo cielo e muoverci vuol dire mettere in atto tutte le possibilità per far partorire la terra: la verità nascerà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Dobbiamo sentirci coinvolti in un processo genetico in cui la verità ci attrae – quella del Dio tenero come un pastore con gli agnelli, quello di Gesù che perdona il peccatore, che mangia insieme ai peccatori che non affida mai la redenzione dell'uomo alla durezza – sia una prospettiva verso cui siamo incamminati. È una tribolazione quella di dover accettare la durezza per salvare la pace, di essere non pacifici per amore della pace. È una contraddizione che dobbiamo soffrire, sia nell'ambito di una famiglia, in cui la pace esige spesso durezza, e poi nell'ordine internazionale. E una dura scelta e tuttavia dobbiamo sentire che questa scelta se ha senso lo ha perché deve sbocciare, finalmente, nel trionfo della pace, in questa conciliazione fra giustizia e pace che è l'orizzonte che dà dignità ai nostri sforzi e perfino ai nostri contrasti fra di noi Queste scelte, infatti, sicuramente ci dividono e non dobbiamo demonizzare l'altra parte, chiamare quelli che vogliono la pace a tutti i costi come degli irresponsabili o dall'altra parte chiamare quelli che vogliono la fermezza come dei guerrafondai. Dobbiamo sentire la contraddizione dentro il cuore, dentro di noi.

 

Ernesto Balducci - "dalle omelie inedite" anno B