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L'esilio
romano e il Concilio
Le censure romane verso i fermenti
innovatori presenti nella Chiesa cattolica, che caratterizzano
gli ultimi anni del pontificato di Pio XII, colpiscono
anche le iniziative 'imprudenti' di La Pira, rivolgendosi
contro l'ambiente e i collaboratori più stretti
del sindaco. Nel 1954 la nomina di Ermenegildo
Florit, legato ad Ottaviani e al 'partito
romano', come vescovo coadiutore «ad sedem»,
assumeva questo significato, così come tra
il 1958 e il '59 l'allontanamento di religiosi legati
a La Pira: Balducci, David Maria Turoldo e Giovanni
Vannucci, mentre la nomina di Bartoletti,
rettore del seminario, a vescovo ausiliare e poi ad
amministratore apostolico a Lucca, con poteri di fatto
molto limitati, assumeva il significato di un «promoveatur
ut amoveatur».
L' «esilio» di Balducci a Frascati colpiva
il Cenacolo e «Testimonianze» privandoli
del loro ispiratore. Ma, per una imprevedibile coincidenza
che egli amava chiamare «ironia della Provvidenza»,
in realtà quel trasferimento, prima a Frascati
poi a Roma dal 1959 al '65, gli permise di seguire
da vicino gli eventi connessi con il pontificato
di papa Giovanni XXIII e i lavori conciliari.
Il Concilio, vissuto a Roma, dette la possibilità
a Balducci di intessere una serie di rapporti con i
teologi e i vescovi di tutto il mondo e divenne un'occasione
unica di ampliare i suoi orizzonti teologici, ecclesiologici
ed esegetici. Egli si impegnò molto nello
studio e nella divulgazione del dibattito conciliare,
condividendo la speranza di una riforma della Chiesa
incentrata sul primato della Parola di Dio, nella
forte rivalutazione del ruolo del popolo di Dio e della
Chiesa locale e su un rapporto profondamente rinnovato
della Chiesa con il mondo contemporaneo (La Chiesa come
eucarestia, Queriniana, Brescia 1969; Diario dell'esodo,
Vallecchi, Firenze 1971).
In realtà, proprio in questi anni di grandi speranze
di rinnovamento della Chiesa e della società,
Balducci dovette affrontare molte polemiche e conflitti
per le sue prese di posizione. Basti ricordare, a seguito
della pubblicazione di un articolo-intervista su
«Il Giornale del mattino» datato 13
gennaio 1963, dal titolo La Chiesa e la Patria,
il processo, svoltosi tra il 1963 e il '64,
per apologia di reato per la difesa dell'obiezione
di coscienza, conclusosi con la condanna in appello
e in cassazione e la contemporanea denunzia al Sant'Uffizio
sulla base delle stesse accuse.
Se le fratture non divennero drammatiche ciò
fu dovuto ad un'antica stima di Giovan Battista Montini,
che rimase praticamente inalterata per tutto il pontificato
e costituì un elemento indubbio di protezione,
e ad una certa capacità di mantenere rapporti
personali con gli stessi esponenti delle autorità
romane che esprimevano le censure.
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