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7 Febbraio 2010 – V DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C
07/02/2010 O Dio è presente in chi ne parla, oppure le parole producono ateismo anche sotto forme di consenso intellettuale a Dio. Dio si trasmette come forza vitale.
PRIMA LETTURA: Is 6,1-2a.3-8- SALMO: 137- SECONDA LETTURA: 1Cor 15,1-11- VANGELO: Lc 5,1-11
…Appena conosciamo Dio sentiamo, come Isaia, di avere le labbra impure, sentiamo come Pietro di essere peccatori, o come Paolo, di essere degli abortivi. Questa confessione di indegnità non è la colpevolezza che la psicologia vede come un funesto processo della religione, è invece un'esperienza altamente liberante, perché ci pone fuori dalla scacchiera dove ci sono i quadrati bianchi e i quadrati neri, i buoni e i cattivi. A livello della fede sappiamo che abbiamo un dovere di fedeltà che ci porta al di là del bene e del male. Ricordate le famose controversie sulla tesi luterana «pecca fortemente ma credi di più»? In questa affermazione della fede non c'è nessuna legittimazione del comportamento moralmente indegno, c'è il rifiuto di distinguersi dagli altri. L'umiltà profonda che nasce dalla fede è un'umiltà umana. Quando c'è un vero credente ve ne accorgete: non giudica gli altri perché ha giudicato se stesso, e quando si batte il petto e dice «per noi peccatori» lo dice sul serio e non per fare una cerimonia. Dobbiamo l'uno all'altro pietà e misericordia e non durezza di cuore, perché noi saremo perdonati da Dio nella misura in cui perdoniamo ai fratelli. Il nostro occhio deve essere buono con gli altri come è buono 1'occhio di Dio con noi. Quando abbiamo sperimentato la misericordia di Dio non ci verrà mai sulle labbra il severo giudizio moralistico, questa lebbra di cui solo attraverso il fuoco della fede potremo liberarci. Il terzo momento, in questa struttura dell'esperienza di fede, è la necessità che la presenza che abbiamo sperimentato si faccia presente («manda me»). Anche qui non si tratta di vocazioni da conquistatori, da gente che va a far proseliti. Quante volte l'apostolato è diventato proselitismo e perfino discriminazione politica! Dio si trasmette solo perché si fa presente, non perché si fa chiacchiera, discorso, argomentazione. O Dio è presente in chi ne parla, oppure le parole producono ateismo anche sotto forme di consenso intellettuale a Dio. Dio si trasmette come forza vitale. Ogni qualvolta ho potuto incontrare qualcuno che potevo chiamare, con certezza morale, uomo di Dio (non nel senso vieto ma nel senso autentico) ho percepito questa presenza di Dio. Colui in cui Dio è stato sommamente presente e che ha abolito la necessità d'incontri eccezionali come quello di Isaia, è Gesù di Nazareth, la presenza di Dio tra di noi. Chi 1'ascoltava sentiva nella sua parola un' autorità interna che era quella di Dio. E chi lo toccava, se era ammalato, sentiva uscire da lui una potenza che sanava. Questa potenza di Dio in Cristo è la sua divinità. E siamo al punto di arrivo del mio discorso. Paolo, nella lettera ai Corinzi, trasmette quel frammento che secondo gli esegeti moderni rappresenta la professione di fede più antica della Chiesa. Paolo dice: «conservate quello che vi ho annunziato e che mi è stato trasmesso: Cristo è morto sulla croce e dopo tre giorni è risorto ed è apparso a Pietro e ai dodici». Questo è l'evento della manifestazione della presenza di Dio nel mondo. Non c'è altro luogo dove Egli sia presente. Nella apparizione del risorto lo stesso tizzone ardente ha toccato la carne umana, la potenza fiammeggiante nelle tenebre si è fatta visibile all'occhio umano. Noi trasmettiamo questo evento che gli apostoli ci hanno annunziato e a nostra volta, nel simbolo, noi lo viviamo perché nessuno può dirsi credente se non contempla il Cristo della risurrezione. Riconduco ad ordine il discorso. Se vogliamo conoscere quale sia, nella sua struttura permanente, un'esperienza di fede e di trasmissione di fede ecco che cosa ci insegna oggi la Scrittura: è un vedere Dio, la sua gloria, la sua presenza inesprimibile. È il riconoscersi, dinanzi ad essa, peccatori e 1'abbandonare quindi ogni strumento di discriminazione fra gli uomini accogliendo la pietà per avere pietà, accogliendo la misericordia per avere misericordia. Il terzo momento è quello in cui accettiamo di essere mandati, perché nella nostra povertà umana quella presenza che ci ha illuminato si faccia, in noi, presente agli altri. È questa la logica della fede. Lo ripeto, è molto importante, in un momento di crisi dove i concetti di riferimento tradizionali si sono annebbiati al nostro sguardo, ritrovare la misura che invece non si annebbia ma diventa sempre più splendente quanto più cade dalla nostra anima la fiducia in certe abitudini ed in certe forme di educazione.
Ernesto Balducci – da: “Il Vangelo della pace” – vol: 3
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