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La Parola


1 Agosto 2010 – XVIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno C

Il cristiano sa che la sua fede, nel volto pubblico, appare un'illusi;ne, e por­ta, di questo aspetto, il peso, con umiltà, affidando alla propria vita, alla propria testimonianza attiva il com­pito di rendere credibile la sua certezza.

PRIMA LETTURA: Qo 1,2 – SALMO: 94 – SECONDA LETTURA: Col 3,1 – VANGELO: Lc, 12

…Io credo che, invece di fare della religione una specie di festival delle illusioni spirituali, faremmo bene a ripeterci, seduti sulla lava che seppellisce il passa­to, le parole « vanità delle vanità: tutto è vanità ». Non perché qui sia. tutta la verità. ma perché niente è vero se non si parte da questa constatazione. Occorre in­tegrare nella nostra coscienza la parola del nichilismo. Essa non è l'ultima parola, ma deve essere una parola che costruisce l'insieme dei moti primari della nostra co­scienza. Se uno non raggiunge la fede in Cristo, quanto meno conserverà una saggezza critica nei confronti delle illusioni storiche, si guarderà bene dal costruirci degli idoli sostitutivi dell'idolo religioso, com'è avvenuto nel­la storia. Chi non ricorda la Bellezza, la Patria, il Pro­gresso, la Libertà, e così via ... ? Ideali che hanno una porzione di corrispondenza profonda ai postulati cate­gorici dell'uomo, ma che non bastano a fondare un sen­so del vivere. Ecco perché, almeno « noi credenti criti­ci », ci sentiamo molto fratelli dei non credenti critici, cioè dei non credenti che non si lasciano suggestionare da nessuna illusione e che considerano anche la nostra fede un'illusione. Noi respingiamo questa identificazione tra fede cristiana ed illusione, ma lo facciamo sapendo di non avere argomenti vincenti, perché la fede si basa su una opzione profonda della coscienza e su una ma­nifestazione di Dio che non sono propagabili a livello stesso delle dialettiche razionali. Il cristiano sa che la sua fede, nel volto pubblico, appare un'illusi;ne, e por­ta, di questo aspetto, il peso, con umiltà, affidando alla propria vita, alla propria testimonianza attiva il com­pito di rendere credibile la sua certezza. Ma non ba­ra il credente serio, il credente critico, cioè il credente nichilista, se mi permettete di dir così, il credente che dice che tutto è vanità se Cristo non fosse risorto. È qui che ci soccorre la parola di Paolo, nella seconda lettura: «Se voi siete morti, la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio; se siete risorti con Cristo cercate le cose dell'alto ». Non solo: Paolo parla dell'uomo vec­chio, con le sue azioni, di cui il credente si spoglia, e l'uomo nuovo, di cui il credente si riveste, il quale uo­mo nuovo si rinnova ad immagine del suo Creatore. La fede comporta, per così dire, un'esistenza con due pola­rità: una polarità che è quella del rifiuto dell'esistenza dell'uomo vecchio, cioè dell'uomo che siamo: questo prodotto misterioso e mirabile della lunga evoluzione della specie questo soggetto che crea la storia, che costituisce, nella durata del tempo, dei valori da trasmettere alle generazioni future. Quest'uomo è l'uomo vecchio, per­ché la sua esistenza è chiusa dentro la vanità onnipoten­te. Quest'uomo che noi siamo deve morire. Noi siamo già morti, a quest'uomo vecchio, non perché lo rifiu­tiamo, ma perché gli rifiutiamo un senso definitivo: la sua vanità l'abbiamo già integrata in noi, Abbiamo anticipato il suo morire facendone un principio interno dl comportamento, per dare spazio all’altra polarità, a quel­la dell'uomo nuovo. L'uomo nuovo e l’uomo emerso – ma qui è la fede e solo la fede che parla – con la Resurrezione di Gesù di Nazareth e che da inizio a una nuova creazione, non contemplabile se non con gli occhi della fede. Noi viviamo questa novità e da questa novità nasce la vittoria sulla morte. Allora da qui ci ac­corgiamo che 'vanità delle vanità, tutto è vanità è una verità vinta da una verità superiore, il cui fondamento non è una più alta dialettica della ragione ma è una decisione sorprendente di Dio: la decisione dl aprir­ci accesso ad una vita che vince la morte. Questa è la novità cristiana. Voi capite allora come, a questo livello, noi possiamo dialogare coi non credenti, con i nichilisti, con gli atei, con tutti quelli che hanno ri­pugnanza di fronte alle alienazioni. E possiamo dialoga­re non dall'alto in basso, ma partecipi della loro stessa potenza negativa, perché noi stessi viviamo, dentro dl noi, nella polarità della morte dell'uomo vecchio la loro opera di demistificazione, di distruzione degli idoli di tutte le specie. Ecco perché non si dà veramente, nella storia, la lotta fra l'ateismo ed i credenti, perché il credente ha dentro di il principio di negazione che è quello stesso dell'ateo. Il vero nemico del credente è l'idolatra non l'ateo. È l'idolatria l'opposto della fede e ci sono atei i quali sono strenui apostoli contro le ido­latrie. Anche se essi relegano la fede nell’ambito delle illusioni, però la loro opera di negazione degli idoli ci appartiene, fa parte integrante della nostra stessa esperienza di fede della purificazione della fede che abbiamo ereditato. La quale, perché non riconoscerlo?, troppe volte si è piegata alle idolatrie, le ha consacrate. Quindi piuttosto che indire crociate contro gli atei, dovremmo indire una crociata per il trionfo di una fede che ha perduto la sua strenua intransigenza contro le idolatrie umanistiche, contro le idolatrie ideologiche

Ernesto Balducci – da: “ Il mandorlo e il fuoco “ vol. 3


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