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11 NOVEMBRE 2018 – XXXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

11 NOVEMBRE 2018 – XXXII DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

 

La richiesta di poter vivere la fede in modo meramente umano, il ripudio degli apparati sacrali, non nasce da una forma di miscredenza ma da un accrescimento di fede, da un bisogno di riportare la fede alla coerenza con le sue sorgenti generative.

 

PRIMA LETTURA: 1 Re 17, 10-16- SALMO: 145- SECONDA LETTURA: Eb 9, 24-28- VANGEL0:2, 38-44

 

…La storia è lì a dimostrarlo: quando c'è una organizzazione della società secondo i criteri di distinzione, di gerarchia e, diciamo pure, di potere, sotto c'è sempre anche una ragione economica, Nel Vangelo, con la sua esemplificazione molto eloquente e a tutti accessibile, è chiamata «sfruttamento delle vedove». Il suo prncipio è infatti lo sfruttamento delle povere cose delle creature senza potere. E proprio li che si esercita l'azione di usurpazione. Lo vediamo ancoro oggi: la legge della società è tale che quando essa perde i suoi equilibri, le ripercussioni cadono soprattutto sulle vedove, cioè sui poveri. Quando la fede mostra capacità di liberarsi dalla sua prigione religiosa per diventare messaggio, come quello che ripetiamo sempre con labbra impure: «beati i poveri, beati i miti...», e i poveri si riappropriano della speranza, allora la piramide crolla. Noi siamo in questi tempi. La richiesta di poter vivere la fede in modo meramente umano, il ripudio degli apparati sacrali, non nasce da una forma di miscredenza ma da un accrescimento di fede, da un bisogno di riportare la fede alla coerenza con le sue sorgenti generative. È essenziale tenerlo presente. Il discorso che facciamo qui fra noi è un discorso lievemente accademico, scontato, ma pensate a quei luoghi della terra dove veramente la contrapposizione tra una religione istituita, che si trova sempre alleata con i poteri economici e politici, e una fede che rinasce dal basso è una contrapposizione drammatica. Teniamolo presente, perché forse le nostre sorti non sono in mano di questa gente. Il futuro nostro non ce lo creiamo da noi, che facciamo già tanta fatica per conservare quel che abbiamo acquistato. Noi siamo interni alla lenta decadenza di una porzione dell'umanità che ha fatto la storia e adesso usa le unghie perché la storia non cambi. Ma dentro di noi c'è già l'ombra della morte. Il futuro passa altrove e passa per l’appunto attraverso quelle regioni del mondo dove vivono gli esclusi, le vedove, gli orfani, i poveri; cioè le categorie di quelli che non hanno contato nulla. In quei luoghi vediamo che la religione sacrale gioca contro le speranze, mentre la fede ritrova la sua sorgente nel messaggio messianico di Gesù, si fa profondamente alleata con i processi di liberazione umana. Mi pare che il quadro evangelico sia impietoso più di ogni nostra parola. E in questo quadro che allora ritroviamo il tema di partenza. Noi non possiamo decidere del significato della nostra esistenza soltanto proiettandolo sulle strategie politiche universali, che sarebbe poi volere l'impossibile. Abbiamo, certo, le occasioni per poter agire nel senso di quelle strategie, però abbiamo innanzi tutto uno spazio privato che dobbiamo riempire di questi stessi valori. Lo possiamo riempire di questi valori una volta che decidiamo – ed ecco che i due episodi della Scrittura tornano appropriati – di vivere secondo questa legge. Questa vedova che dà tutto quello che ha per l'ospite che arriva, pronta poi a morire, vive una dimensione universale più che non i pionieri o i vessilliferi delle rivoluzioni. La rivoluzione, per esser vera, diciamocelo con forza, deve partire dalla sfera privata, anche se la distinzione tra privato e pubblico è un altro maleficio creato dalla cultura di cui siamo eredi. In realtà la legge e unica. Noi dobbiamo cominciare a vivere il cambiamento modificando gli spazi privati delle nostre responsabilità. modellandoli secondo il principio che ha più valore la liberazione degli altri che la nostra. La nostra cultura, così ricca di fermenti positivi e aperti al futuro, rischia di mettere1'accento. in modo esagerato. sulla difesa del diritto fino a legittimare in qualche modo un impulso di tipo individualistico per cui appena uno ha soddisfatto il suo diritto saluta tutti e si chiude nell'egoismo privato. Parlo sommariamente, ma forse non è difficile capire che cosa è avvenuto anche nella nostra società dove certe spinte di rinnovamento si attenuano perché ciascuno ha avuto il suo. La necessità di ristabilire nel particolare le sorgenti dell'agire universale, nel privato le sorgenti del cambiamento pubblico, è perentoria: questo ci viene detto oggi. Non dividiamo la verità, salviamola nella sua interezza. Dobbiamo dare un giudizio, e agire di conseguenza, contro le menzogne della società costituita ma torniamo poi alla nostra sfera privata, perché non avvenga che quelli che oggi gemono contro l'oppressore obbediscano invece al desiderio di occupare il suo posto; che chi ce l'ha con i ricchi obbedisca all'aspirazione di prendere il loro posto. Se così fosse, la scena, la commedia - uso una parola pagana - continuerebbe. Si succedono le persone ma i ruoli restano, come restano da millenni.

 

Ernesto Balducd – “I1 Vangelo della pace" voi. 2 anno B