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5 Agosto 2018 – 18^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

5 Agosto 2018 – 18^ DOMENICA TEMPO ORDINARIO – Anno B

 

La struttura profonda del cammino umano è dialogica, non è un monologo: dall'altra parte c'è la Parola.

PRIMA LETTURA: Es 16,2-4 –SALMO: 77 – SECONDA LETTURA: Ef 4.17 – VANGELO: Gv 6,24-35

 

Niente è sicuro, l'insicurezza è il nostro modo di essere, il rischio dello spirito è il rischio anche della società. Dobbiamo rischiare per amore. Ora non parlo ai nostri uomini politici, parlo alla nostra coscienza. Non dobbiamo ragionare partendo dal presupposto che però le conquiste raggiunte vanno conservate, vanno invece rimesse tutte in questione, perché se ciò che ho conquistato significa lacrime e sangue per gli altri, io lo rimetto in questione. Questa apertura all'impossibile è il pane del cielo. Questo è il pane che Dio ci ha dato, questa è la parola che viene verso di noi e questo è il senso profondo di Gesù che è venuto ad annunciare l'impossibile. Noi ci dibattiamo dentro queste parole impossibili, ce le ripetiamo perché non possiamo rifiutarle, ma in realtà le neghiamo nella nostra vita quotidiana. Gesù ha detto le parole più impossibili che mai siano state dette, ma sono le parole impossibili, precipitate nel nostro orizzonte storico, in cui noi riconosciamo il pane disceso dal cielo. Per uscire dalle metafore: in questo nostro cammino noi non sviluppiamo un sogno senza fondamento, noi rispondiamo ad un appello. La struttura profonda del cammino umano è dialogica, non è un monologo: dall'altra parte c'è la Parola. Credere in questa Parola significa camminare sulle acque, come Pietro, andando verso l'approdo della universale fraternità umana. Senza questo rischio vince il mondo perché il mondo vince quando si ha paura, come Pietro cominciò ad andare a fondo quando cominciò ad aver paura. Questa sicurezza non è però sventatezza, presunzione perché viene pagata nel quotidiano. È una specie di dispendio di energie, personali e comuni, nel cammino verso l'adempimento delle promesse del Padre. Allora anche l'Eucarestia trova senso, come un ripeterci insieme l'annuncio di quello che verrà. Noi ne abbiamo fatto un rito di consumazione sacra, mentre dovrebbe essere il bivacco che noi facciamo per ricordarci insieme le ragioni per cui dobbiamo camminare. È questa la speranza che è stata seminata nel nostro cuore ed è una speranza ardua, perché mentre ne parlo è giusto che mi do-mandi: «La vedrò mai realizzata?». So che devo rispondermi: No! Devo camminare senza la sicurezza, senza la garanzia perché anche Mosè sperò di arrivare, ma non arrivò! Questo andare vuol dire rispondere ad una voce del cielo, a una voce che viene dall'altra parte, che non è inscrivibile dentro definizioni umane, né contestabile con argomenti umani. Questa è la grande sicurezza, che viene dalla manna che scende dal cielo ed è per questo che ci è possibile estendere, senza abbandonarci ad illusioni, un sentimento di fraternità attiva verso coloro che nel mondo, in condizioni così diverse dalle nostre, professano la stessa speranza, vivono le stesse battaglie e sanno che il loro obiettivo non è la rivoluzione, comunque essa sia, ma è l'adempimento di una fraternità in cui non ci siano sconfitti. in cui anche quelli che hanno esercitato il dominio dei faraoni, all'improvviso scoprano la gioia infinita che c'è nel sedersi alla mensa degli altri senza più segni di dominio. Se questo avvenisse a tutti i livelli - in qualche misura avviene -, se abbandonassimo le distanze, i simboli del potere sacro e politico, se ci avvezzassimo allo stile della convivialità fraterna, quanta gioia verrebbe a noi da sorgenti incontaminate che sono quelle del cuore di Dio. Ma noi siamo stati avvezzati a cercare in altri modi le nostre gioie, le nostre sicurezze e per questo siamo nel peccato. Vorrei chiudere questa mia riflessione enunciando con profonda certezza di fede che le speranze degli oppressi, degli emarginati, dei milioni di bambini che muoiono, non saranno deluse. Le raccogliamo nelle nostre mani, diamo senso alla nostra vita impegnandoci a far sì che questa iniquità scompaia, anche se quello che facciamo è troppo inferiore a quello che potremmo fare. Per questo quando diciamo che siamo peccatori non facciamo della retorica bigotta, facciamo una enunciazione scientifica: siamo tutti peccatori, tutti colpevoli. Che Dio abbia misericordia di noi e abbiano misericordia di noi i fratelli che portano il peso di questa ingiustizia.

 

Ernesto Balducci – da: “Gli ultimi tempi” – vol. 2